Cinemovel Foundation

La battaglia dell’audiovisivo
La parola a Davide Barletti, regista e produttore

Una premessa la devo fare: non sono un insegnante di cinema e non ho studiato cinema, anche se sono un regista. Quello che so di questo mestiere l’ho imparato facendolo: non ho avuto un “maestro di cinema”, ma ho incontrato tanti piccoli grandi maestri nella mia vita. Ho due figli, amo passare il mio tempo con loro, vedere i loro cartoni, leggere i loro libri e farmi consigliare le serie tv che seguono. Provare a entrare nei loro mondi reali e immaginari è forse la cosa che mi diverte di più. Quando ci entro, in quei mondi, c’è però una terribile forza centrifuga che mi porta via, c’è sempre qualcosa che mi riporta ineluttabilmente nel mio mondo adulto, una telefonata, un messaggio Whatsapp, una notizia sul web, un progetto da scrivere, una petizione da firmare on line, una battaglia da perseguire rigorosamente su una tastiera.

Insomma, una parte di me ama ritornare adolescente, ma si trova a combattere contro quella maledetta forza centrifuga che mi espelle dal mondo dei non adulti. Con il tempo ho capito che posso provare a vincere questa guerra o almeno combatterla dignitosamente soltanto se il mio mondo di adulto si contamina quotidianamente con il mondo altro degli adolescenti.

Ecco perché dopo aver realizzato la “Guerra dei cafoni”, il mio ultimo film interamente realizzato con 22 giovani attori alla loro prima esperienza cinematografica, mi è venuto naturale accettare questa bellissima esperienza che è #tu6scuola, progetto che mi avrebbe allontanato per un lungo periodo dalla mia quotidianità lavorativa e mi avrebbe catapultato in 6 scuole medie sparse per tutta Italia. Avrei costruito insieme ai miei colleghi di progetto 6 mondi a misura di ragazzo, 6 regni frutto della loro fantasia.

Nella fase dedicata alla produzione, abbiamo trascorso 6 settimane intense, faticose, stimolanti, 6 settimane di visioni e di costruzione artigianale di mondi narrativi. Un lungo tempo passato con 300 adolescenti, con la loro straordinaria creatività ed energia, ma anche con le loro naturali paure, indecisioni.

Ho iniziato con un grande timore, che nasce da una supponenza propria del mondo degli adulti: i ragazzi di oggi non sono i ragazzi di ieri (ovvero noi adulti).

Il timore più grande per chi inizia a lavorare con gli adolescenti è che si sia perduto il tempo dove puoi trovare un pubblico predisposto ad ascoltare storie che richiedono un livello di complessità maggiore.

Il solito mantra in parte supportato da fatti evidenti, ovvero quello di vivere in un’epoca di bulimia iconica, di ricezione acritica delle immagini, di abbassamento preoccupante della soglia d’attenzione, di analfabetismo visivo. Ci ripetiamo queste considerazioni – ahimè motivate – come fossero una legge ormai definitiva, come avessimo tutti quanti imboccato una strada senza uscita. La tecnologizzazione del tempo libero, la connettività digitale continua e onnipresente hanno creato un deserto nella costruzione dei processi di narrazione degli adolescenti.

Se trasformassimo questo lamento corale in qualcosa di diverso? E se tra difese antiche e un’iper-tecnologizzazione sempre più vistosa e veloce, recuperassimo la volontà di rendere didattica l’avventura?

Oggi l’unica cosa che può fare chi è interessato alla battaglia dell’audiovisivo come strumento didattico è un cambio di passo e di vedute. Si aprono nuove sfide per chi crede ancora che l’audiovisivo, il raccontare storie, costruire immaginari altri, dare vita a mondi narrativi sia una incredibile arma di trasformazione della società, dei suoi logori e ingessati rapporti sociali e di una straordinaria occasione di libertà e di crescita individuale.

Chi vuole entrare in relazione con le nuove generazioni deve tener presente questo punto di partenza, e cioè che ogni giovane arriva sui banchi di scuola con un bagaglio di immagini già codificato in un certo tipo di linguaggio visivo, con una sua grammatica e una sua sintassi.

Questo non vuol dire che l’approccio pedagogico debba essere totalmente debitore di questo bagaglio, ma che di quel tipo di immagini si debba tener conto, magari scegliendone i migliori esempi per instaurare il primo fondamentale rapporto, quello capace di catturare l’attenzione del giovane. Dico questo perché (anche per esperienza diretta) penso che il primo possibile “contatto” passi necessariamente attraverso la narratività, la capacità cioè di mostrare come le storie del cinema o le “storie” in generale sono costruite e articolate. Il cinema può offrirsi alle nuove generazioni come il mezzo privilegiato per raccontare tutte le “diversità” del reale e per fare esperienza dei processi di costruzione narrativa.

Gli adolescenti di oggi, quelli che abbiamo incontrato in questo primo anno di lavoro, vivono talmente immersi nelle immagini che rischiano di esserne sommersi. Ne sono circondati, ma fanno fatica a elaborarle. Per questo, se si vuole immaginare un qualsiasi tipo di approccio “educativo” sull’argomento, bisogna tenere ben presente questa situazione di partenza, ma nello stesso tempo bisogna superarla e liberarsene. Il che vuol dire, in pratica, non cercare di imporre un percorso che li obblighi ad abbandonare il loro universo di riferimento per deportarli all’interno di altri “mondi” (più cinefili, più impegnati, più didascalici), ma piuttosto partire dalla lingua e dall’espressività che possono essere loro più familiari, per cercare di stimolare la loro curiosità e aprire le loro menti anche verso inediti modi di espressione visiva.  È stato questo uno dei motivi che ci ha convinto a privilegiare il mondo del fantasy e a scegliere una modalità di racconto e di rappresentazione dove mescolare le tecniche classiche della narratologia (creazione di mondi narrativi, viaggio dell’eroe, struttura in tre atti degli scritti) a quelle del gaming e delle piattaforme on-line.